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Diciottesimo giorno: ancora bloccati nel paese del sol levante

Buongiorno dalla cittadina di Narita, Giappone. Oggi splende il sole, ieri nevicava. (Non vi stiamo prendendo in giro) C’è un bel clima primaverile! Il clima ideale per stare la mattina all’aeroporto a vedere se qualcosa è cambiato nella nostra situazione ultra precaria. Il simpatico vulcano dal nome impronunciabile (Eyjafjallajkull) continua nella sua “fumata” e noi restiamo a terra, come tutte le persone dirette nel vecchio continente.

Siamo seduti nella zona wireless dell’aeroporto e chiacchieriamo con gli altri sventurati, perlopiù francesi e inglesi. Ci facciamo forza a vicenda. Sembra un LAN party! 😛

Comunque la nostra situazione è effettivamente migliorata, abbiamo due posti sicuri sul volo del 24 Aprile e siamo in lista per posti anche tutti i prossimi giorni. Inoltre ci siamo anche fatti mettere in lista per i voli della JAL su Roma, magia ninja! Ovvviamente sperando che il simpatico vulcano decida di placarsi un po’…

A Narita soggiorniamo in un ryokan-museo familiare, un edificio che ha più di centodieci anni con all’interno esposte armature, katane, chincaglierie e quant’altro possedevano gli avi del proprietario che, vista la situazione, ci coccola offrendoci the caldo e ieri sera birra a fiumi con yakitori (Kanpai: ubriacatevi e non pensateci, eeeeh!). Tra l’altro avevamo anche già cenato, per cui è stata dura accettare tutto il suo cibo.

Sapete come offrono da bere i giapponesi? Praticamente ogni volta che tu svuoti il bicchiere loro te lo riempiono. Il trucco è non bere e lasciarlo pieno, ma ci vuole un po’ per capirlo, e nel frattempo potreste trovarvi già un po’ brilli.

Mi dicono che dall’Italia si parli solamente dei viaggi in Europa, ignorando i voli intercontinentali. Pensate a noi, mi raccomando! Siamo finiti anche sulla TV giapponese, ma chissà quando.

Saluti dall’aeroporto di Narita :*

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Diciassettesimo giorno: Bloccati all’aeroporto di Narita

Questo blog rischia di diventare un blog dei poveri viaggiatori in aeroporto a causa della nube islandese! Ahhahahahah 🙂

Comunque stiamo bene, ma come potete immaginare sono bloccati TUTTI i voli verso l’Europa. L’unica via di salvezza nostra per ora, quella di Roma Fiumicino, è andata in fumo perché

  1. Il biglietto costa 2000€
  2. Hanno appena cancellato anche il volo per Roma! Incredibile. Chissà come mai, fra l’altro.

Orario di arrivo atteso: non definito, ma entro il 1 maggio (ovviamente si spera prima…). Ora cercheremo un posto dove dormire, per evitare di passare la notte in aeroporto.

E da recenti sviluppi possiamo dirvi che abbiamo prenotato in un ryokan a Narita che la Lonely Planet definisce molto bello… speriamo in bene! A riaggiornarci! 🙂

L’avventura continua: meglio di Indiana Jones! 😛

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Quattordicesimo giorno: Nara e le sue bestie assassine

Nara è popolata da animali famelici.

Il problema grosso è che sono mascherate da daini teneri e affettuosi.

Sia ben chiaro, queste bestie vogliono una sola cosa da voi: dei biscotti al sapore di NON PERVENUTO venduti a 150¥ l’uno. Da chilometri di distanza possono sentirne l’odore e quando lo sentono è la fine. Sarete circondati da migliaia, ma che dico? Centinaia di migliaia di animali cornuti che tenteranno di mangiare i biscottini tanto agognati e voi. Perché poi voi saprete di biscotto e loro si cibano anche di carne umana per contorno. Ma andiamo con ordine.

Partiamo da Kyoto di buon ora (attorno alle undici :P) dopo la colazione dei campioni da Starbucks con tanto di pan cake, ci imbarchiamo sul treno espresso per Nara. Dopo quarantaquattro minuti siamo in quella che fu la capitale del Giappone, nonché la città che ospita l’edificio ligneo più grande del mondo e molte altre cose tra cui il nostro ostello. Si, avete capito bene, stanotte saremo in ostello ed è la prima cosa che tentiamo di raggiungere per abbandonare li i nostri zainetti. Tentiamo, perché l’unica via è sbarrata da lavori e un omino ci dice gentilmente che non possiamo proseguire.

“…c’è un unica altra via, dovremo passare per le miniere di Moria…” (cit.)

Passiamo per una strada parallela e raggiungiamo la Guesthouse in un battibaleno (i lavori sono proprio li davanti). Il posto è molto carino e accogliente, con la sua vetrata colorata piena di disegni e i ragazzi che la gestiscono sono molto simpatici.

Abbandoniamo gli zaini e partiamo alla conquista di Nara.

La cittadina è piccola, un po’ più grande di Takayama per intenderci, ma con un unica via principale che conduce in pratica a tutto ciò che c’è da vedere. Un parco enorme popolato dai mammiferi di cui sopra e quattro templi circa (perché non ricordiamo il numero esatto).

Il Todaiji è l’edificio di cui vi parlavamo prima: non solo è la struttura di legno più grande della galassia (peccato perché è anche andato a fuoco un paio di volte e l’hanno costruito solamente per due terzi della dimensione originale), ma è anche “arredato” con una delle più grandi statue di Buddha al mondo.

Ai lati ci sono due guardiani incazzosi, mentre davanti svetta un altissimo portale con altrettanti guardiani arrabbiati, tra le migliori rappresentazioni di quest’arte giapponese (l’arte di costruire guardiani di cattivo umore, se non l’aveste capito).

Per raggiungere il Todaiji c’è una bella passeggiata nel parco, dove potrete decidere se affrontare le bestie fameliche o salutare i milioni di studenti delle scuole medie giapponesi in gita a Nara (e voi che vi siete lamentati del museo della Scienza e della Tecnica di Milano, pensate che tutto il Sol Levante viene in gita qui!).

Oggi c’è una giornata splendida, ce la godiamo ancor di più decidendo di approvvigionarci con un bento last-minute in un negozio di sushi-di-Nara, che ci consiglia una gentilissima signora dell’ufficio informazioni. Il sushi-di-Nara è un normale sushi, ma avvolto in una foglia che dovrebbe conferirgli un sapore differente. Peccato che la bella giornata soleggiata è anche decisamente fredda e quindi ci congeliamo sul tavolo da pic-nic del parco: siamo geniali, eh? 😛

Ci scaldiamo con un thè caldo e ci ritroviamo dinnanzi al grande portale ligneo. Paghiamo 500¥ e siamo all’interno del giardino con il Todaiji di fronte a noi – è impressionante: tipo un Tai Mahal giapponese e tutto di legno (si, occhei, non c’entra nulla, ma l’impatto visivo è quello).

Accendiamo l’incenso e lo visitiamo rimanendo incantati dalle dimensioni delle statue interne. Da vedere assolutamente. Se volete emozioni forti, all’interno c’è anche un buco in una delle colonne di legno: si dice che siano le narici di Buddha, e chi ci passa attraverso può raggiungere il nirvana. Inutile dirvi che un giapponese bambino ci passa a malapena, figuratevi Luca!

Proseguiamo la nostra visita addentrandoci nel parco raggiungendo il Nigatsu-do, la cui caratteristica è di avere una bellissima vista su Nara. Immaginate com’è bello il tempio.

Addentrandoci nel parco facciamo un giro lunghissimo raggiungendo il templio chiamato Kasuga, dove troviamo un sacco di lampade e la sacerdotessa Kikyo in persona davanti ad un cedro di mille anni. Chissà dove aveva lasciato Inuyasha! 😀

Stravolti torniamo all’ostello, per scoprire che la stanza del bagno non ci soddisfa appieno, ci dobbiamo denudare davanti ai nostri compagni di sventure, alché a Luca viene un’idea malsana: andiamo al bagno pubblico.

Eh già, molto meglio denudarsi davanti a perfetti sconosciuti che davanti ai gestori dell’ostello!

Il bagno pubblico è un esperienza unica, epica, scioccante, sconvolgente, bruciante e forse neanche così piacevole come l’aspettavamo.

Ma l’abbiamo fatto (YES!).

Inanzitutto siamo stati separati all’ingresso (ovviamente), ma già qui è stata dura, abituati come siamo ad affrontare le avventure assieme. Dopodiché sono successe due storie parallele:

Nella prima, Valez è stata adottata da una vecchietta giapponese che le ha spiegato come fare, ma tutto sommato è riuscita a lavarsi.

Nella seconda, Luca è stato assediato da vecchietti che non lo guardavano, ha scoperto troppo tardi che andava portato il sapone da casa, ha dovuto comprarlo alla modica cifra di 300¥, comunque non è riuscito a farsi lo shampoo perché non lo aveva, ma è riuscito comunque a lavarsi.

Entrambi concordano che il bagno pubblico non era un granché ed era popolato da vecchietti. Che esperienza rinfrescante! 😀

N.B. Non ci sono foto di questo evento e neanche testimonianze. Le cose potrebbero essere andate diversamente, ma sapete che siamo onesti verso i nostri lettori 😀 (continuate ad essere tantissimi!).

Domani si torna a Tokyo, secondo voi come andrà la notte in una camerata giapponese piena di futon (tre)?

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Decimo giorno: Pellegrinaggio alla montagna e i templi di Kyoto

Kyoto è piena di templi.

Ma proprio proprio piena!

Nel tentativo di usufruire del nostro “Japan Rail Pass”™, per chi non lo sapesse un abbonamento a tutte le linee JR del Giappone, proviamo a chidere alla signorina del banco informazioni se è possibile a raggiungere la zona di Higashiyama, dove pullulano appunto i templi, con le sole linee JR. Ci consiglia di arrivare fino a Yamashina.

Ora, il fatto che “yama” in giapponese vuol dire montagna ci avrebbe dovuto fare insospettire, ma controlliamo sulla cartina la distanza di questa allegra località rispetto ai templi: giusto qualche metro e qualche alberello. Decidiamo di andare gratis a Yamashina per poi raggiungere a piedi il primo tempio consigliato dalla Lonely Planet.

Peccato ci fossimo sbagliati: gli alberelli erano montagne. Praticamente quello che separava noi dalla zona dei templi (e da tutto il resto del mondo, oserei dire) erano tre enormi montagne. Improponibile sorpassarle a piedi! Per arrivare a Higashiyama abbiamo deciso di fare un paio di fermate di metropolitana, che magicamente ci hanno riportato nella città di Kyoto.

Nota positiva: con tutto questo casino abbiamo evitato agilmente l’infinita coda di turisti per gli autobus. 😛

Ci incamminiamo verso le antiche vie di Kyoto per raggiungere il primo importante templio, il “Chion-in ” che la guida definisce “imponente”. Direi che l’aggettivo è riduttivo una volta che ci si trova innanzi all’immenso portale ligneo d’ingresso. Rimaniamo affascinati dalla maestosità degli edifici interni e togliendoci le scarpe iniziamo a visitare il tempio. Dietro troviamo anche dei pavimenti fatti in modo che se calpestati producono un suono come di “usignolo” in modo che i monaci sappiano che qualcuno sta arrivando. Effettivamente fanno “cip-cip”!

N.B. Come in tutto il Giappone, nei templi, ci si deve togliere le scarpe per poter salire sulle superfici lignee. Una volta arrivati alla struttura desiderata troverete dei distributori di sacchetti in cui riporre le vostre scarpe e portarvele appresso. Mi raccomando se decidete di venire in Giappone scegliete delle scarpe comode da togliere e da mettere (si, lo abbiamo già detto, ma è essenziale!).

Usciamo dal primo tempio e continuiamo a seguire la strada che passa attraverso un quartiere molto antico di Kyoto chiamato Gion. Le strade cominciano a restringersi e le case sono tutte basse e di legno, noi andiamo alla ricerca del secondo tempio e per sbaglio ci ritroviamo in una festa di primavera tra bancarelle, ciliegi e pic-nic. Ne approfittiamo per provare i “Takoyaki”: pallette con dentro il polpo tipiche della regione del Kansai, condite con un sacco di salsine a caso (cosa ci potevamo fare se il giovane della bancarella non sapeva nessuna parola in inglese?). Buoneeeee! Ma attenti, sono bollenti!

Ci ustioniamo ben bene la lingua e impariamo così che non vanno mangiate in un sol boccone, ma che bisogna spezzarle con gli hashi (le bacchette), soffiarci sopra per poi mangiarle. Siamo peggio dei bambini! 😛

Rifocillati da questa breve pausa capiamo che le bancarelle sono nel parco di un altro tempio e seguendole ce lo troviamo davanti con le sue lanterne rosse e bianche e la pagoda rossa. Inoltre c’è appena stato un matrimonio, la sposa e lo sposo sono in abiti tradizionali e li ammiriamo mentre fanno le foto. Lei sembra più un fantasma: l’abito tradizionale della donna è così, sembra uscita da un film tipo “The ring”: guarda questo matrimonio per 2 minuti e mooooorirraiiiii! (N.D.L: Secondo me non c’entra molto con The Ring ma era divertente così! :D)

Meglio scappare.

Ci ritroviamo così per caso nelle magiche vie lastricate del quartiere Gion, costeggiate da locande e sale da tè. Mentre camminiamo incrociamo una geisha anche se oggigiorno è difficile dire se sia vera o solo una persona normale che ha voluto farsi agghindare per provare l’ebrezza di sentirsi osservata per un pomeriggio: a Kyoto è infatti possibile, pagando ovviamente, farsi “travestire” con kimono, zoccoli e tutto l’occorrente e poi girovagare per le viuzze del quartiere.

Usciti dai vicoli cominciamo la salita verso il terzo tempio, il “Kodai-ji”.

Dopo aver pagato per entrare, seguiamo il percorso e ci inoltriamo nello splendido giardino, visitiamo la casa e i padiglioni esterni, saliamo in cima a una collina per visitare due sale da tè antichissime e poi ridiscendere attraverso un bosco di bambù. Meraviglioso e zen (infatti ci siamo seduti per riposare – volevo dire meditare).

Continuiamo la nostra gita per templi e seguiamo le strade affollate di turisti e costeggiate di negozietti di souvenir, (sembra di stare alla notte bianca) verso il Kiyomizu-dera.

Questo complesso di templi è veramente strepitoso. Si apre con due pagode di due rossi diversi che conducono a un edificio sospeso su immense palafitte, che sovrasta gli alberi e da cui, dal grande terrazzo, si ha una visione su tutta Kyoto.

Seguendo il percorso, si costeggiano altri edifici minori per poi incamminarsi lungo una via che conduce fino a una sorgente sacra. Qui si può comprare per una modica cifra (se si vuole) una bella ciotola dall’interno rosso, per poi riempirla dell’acqua sacra di una delle dieci sorgenti più importanti del Giappone e gustarsela, in questo modo avrete anche un bel ricordo del tempio (infatti Valez l’ha comprata).

Al termine della visita Valez regala un talismano per la “Salute” a Luca, che lo guarirà dal mal di gambe e mano nella mano si incamminano verso la stazione del treno, sperando di riuscire a tornare senza dover attraversare una montagna! 😛

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Nono giorno: Via dalle montagne verso Kyoto

Oggi la nostra ultima mattina a Takayama inizia con la mitica colazione del posto: la colazione nippo-occidentale in cui per la gioia di Valez c’è anche dello… YAKULT! Ma è giapponese?!

A Takayama abbiamo visitato tutto quello che c’era da visitare. Vaghiamo alla ricerca di un bento da gustarci sul treno, ma troviamo solo souvenir: non ce la facciamo più, vogliamo andare via!

Alla fine riusciamo nella conquista dell’agognato pranzo e saliamo sull’espresso che ci porterà verso Nagoya per poi prendere lo Shinkansen verso Kyoto.

Ancora una volta le ferrovie giapponesi danno prova della loro efficienza e riusciamo a prendere il treno superveloce per Kyoto perfettamente (N.B. Il treno per Nagoya arrivava alle 14.02, lo Shinkansen alle 14.11, fosse stato un treno italiano io non avrei scommesso sulla perfezione della coincidenza).

Arrivati a Kyoto, rimaniamo subito colpiti dalla struttura: la stazione è spaziale. Scendiamo dal treno e veniamo inghiottiti dalla struttura di vetro e travi creata con un architettura futuristica e moderna, in netta contrapposizione con la Kyoto antica. Ma decidiamo di raggiungere prima il ryokan, abbandonare i pesanti zaini e poi tornare a visitarla nel pomeriggio.

Evviva! I nostri bagagli ci aspettano in camera (avevate dubbi?) e dopo una bella rinfrescata (stiamo diventando fissati con la pulizia come i giapponesi) andiamo all’esplorazione della “stazione spaziale di Kyoto”.

Ri-wow! Non abbiamo parole mentre prendiamo la sesta scala mobile che ci sta portando sulla terrazza panoramica (e non siamo nemmeno a metà strada). Siamo circondati da strutture fatte di vetro in cui si dipingono le nuvole bianche e grigie del cielo variabile che creano strani giochi di luce grazie ai vetri posizionati tutti con inclinazioni diverse.

Il tetto è composto da un giardino e circondato da vetri per poter avere una visione a 360° sulla città. Nella stazione sono presenti: due centri commerciali di più di dieci piani, tutte le linee del treno, la metro, ristoranti, bar e tutto quello che vi viene in mente.

Entriamo e usciamo da vari punti e la visitiamo tutta fino all’ora di cena, dove decidiamo di infilarci in un ristorante di Okonomiyaki, per la gioia di Valez.

Dovete sapere che nel Kansai una delle specialità tipiche è proprio questo piatto, che in giapponese significa: “cucinatevelo voi”, o qualcosa di simile. Più semplicemente è come una frittata fatta con carne oppure carne e pesce, o carne e pesce e tutto quello che vi viene in mente.

Ci fanno sedere su un tavolo con una piastra al centro e ci portano un okonomiyaki di carne e pesce che viene disposto sulla piastra. Poi noi con una spatolina lo tagliamo, giriamo e mangiamo.

E con la nostra birra Sapporo in mano gridiamo “Kanpai” e ci prepariamo a goderci Kyoto!

Approfondimento: cose misteriose dal paese sulla montagna di Takayama

Una delle magie della terra del sol levante è data dalle cose misteriose che si possono trovare casualmente. Principalmente per la nostra ignoranza nella lingua.

Ieri pomeriggio durante il tour della via dei souvenir di Takayama, Luca cede al fascino di un negozio di sake e decide che ne acquisterà una piccola bottiglietta per berlo dopo cena. Sceglie un bicchierino carino chiuso da una bella stoffa e tutto soddisfatto lo porta in camera.

Dopo essere morti per il troppo cibo da kaiseki, lui decide di darsi il colpo di grazia con il mitico (e minuscolo) bicchierino di sake, ma…

…é gelatina!!! AHAHAHAH! Dovete sapere che qui sono fissati con la gelatina, gelatinano tutti i dolci, o almeno un bel po’ e Luca odia la gelatina. Il grande demone celeste ha voluto mandarci un segno e quindi: niente sake… per oggi!

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Ottavo giorno: Takayama e i cibi della montagna nipponica

Iniziamo la giornata prestissimo, come nei veri paesini di montagna, con una colazione giapponese a base di: zuppa di miso, insalatina, verdurine di ogni tipo, alghe, qualcosa con il tofu e altre leccornie tra le quali un croissant.

Questa volta anche Valez si lancia nella degustazione dell’ibrido nipponico/occidentale, e sembra anche apprezzare.
Belli carichi dopo questa botta di energia, partiamo alla conquista dei mercatini mattutini di Takayama, che si tengono tutti i giorni dalle sei a mezzogiorno lungo le rive del fiume.

Ogni bancarella cerca di farti provare qualcosa nel loro modo:
  • Fase 1: Dove l’ignaro cliente si avvicina per dare un’occhiata
  • Fase 2: Dove il venditore della bancarella urla un “Irasshaimase!” (“Prego entrate”, ma in questo caso sarebbe più tradurre come “Prego guardate”).
  • Fase 3: Dove l’ignaro cliente di cui sopra si sente in colpa ma non può più scappare perché subissato di domande fatte in un inglese improvvisato sui suoi gusti e sul suo paese di origine
  • Fase 4: Dove o si scappa, o si assaggia. Meglio assaggiare e ringraziare con un sorriso. Se si vuole essere veramente giapponesi basta un cenno della testa.
Oramai è troppo facile resistere al loro attacco, in quanto lo usano in tutto il Giappone e dopo un po’ ci si fa l’abitudine, per cui riusciamo a districarci abilmente tra le bancarelle di rape giganti e mele costosissime (1000¥ l’una!).
Oggi è una splendida giornata e la sfruttiamo per raggiungere il “Villaggio del folclore di Hida”, uno splendido parco a cielo aperto dove sono state raggruppate tutte le case tradizionali della zona della vale di Hida per preservarle e mantenere la loro identità storica. Dovete sapere che con l’arrivo dell’energia elettrica moltissime persone si sono spostate in città, e con la costruzione di dighe idroelettriche alcuni villaggi sono stati addirittura sommersi dall’acqua.
Incredibile…

Ci perdiamo tra i legni di queste splendide dimore e ammiriamo gli altissimi tetti fatti di paglia intrecciata. Se passate da queste parti fate una visita qui, anche perchè a Takayama vi è una sola via da vedere oltre a questo :P.
La città però pullula di prelibatezze! Una di queste è la “Carne di Hida”, pregiata come quella di Kobe, ma meno conosciuta. Anche se stasera ci aspetta una cena molto abbondante, non possiamo trattenerci dal provare questa specialità locale.
Entriamo in questo posto molto fashion tutto bianco in cui ci fanno accomodare ad un tavolo munito di piastra (perchè ognuno si cuoce la propria bistecca). Ordiniamo due menu fissi abbastanza economici (1200¥ e 1600¥, rispettivamente 9.60€ e 12.80€ circa) e una volta cotta la carne è sublime, si scioglie in bocca!
Si tratta di un taglio di carne molto grassa, come quella di Kobe, a differenza di quest’ultima però ci viene servita con una salsa a base di miso e con la salsa barbecue.

Quindi mi raccomando, se mai farete una capatina qui e andrete dall’esplorazione del parco di poco fa, mi raccomando, fermatevi a mangiare per pranzo una bella bistecca: il vostro umore migliorerà ed uscirete dal ristorante in pace con il mondo.
Visto che qui i negozi chiudono alle 16.30, ci incamminiamo per le intricate tre vie storiche piene di ninnoli, cazzate, cose da mangiare, sake e quant’altro un turista possa voler portare a casa. Sembra un po’ Gardaland.
Valez è anche stata usata come modella occidentale per ombrelli orientali!

Questa parte a nostro parere è stata un po’ la meno riuscita del posto: i negozi di souvenir vendono un sacco di cose che si possono trovare ovunque in Giappone, anche se si dice che siano a prezzi più bassi (non abbiamo verificato).

Fatto sta che troverete dalle bambole di Hello Kitty al peluche di Lilo & Stitch fino ad arrivare al Daikon (una rapa giapponese) sottaceto o alle caramelle al sapore di miso. Decisamente un’accozzaglia di roba kitsch che stona un po’ con l’importanza storica della città.

Un consiglio: se alla fine del pranzo volete un dolce non compratelo, ma gironzolate per i negozi, chiunque vi offre qualcosa da mangiare e vedrete che entro la fine del pomeriggio avrete assaggiato tutte le leccornie che vorrete.

Da bravi vecchietti di montagna alle cinque siamo già al ryokan e decidiamo di farci l’ennesimo bagno nell’onsen del posto per bollirci a dovere, oramai è diventata un’abitudine.
Stiamo forse diventando giapponesi? :O

Credo proprio di no: sapete che qui si mangia dalle 17.30? Molti lo fanno, ma noi non riusciamo a sederci per terra che alle 19.30, prima è decisamente impensabile.

Ci vengono serviti migliaia di piattini decorati nella miglior maniera possibile per colmare l’ospite sia nello spirito, grazie alla bella visione, che nel corpo.

Questo è il Kaiseki.

State leggeri a pranzo, perché è veramente composto da tante piccole porzioni tutte diverse tra loro. Si parte dal sashimi per arrivare al tempura o al tonkatsu, fino ad avere la carne di Hida bollita in una zuppa di miso e verdure o un salmone grigliato. Alla fine sarete veramente stracolmi! E pensare che abbiamo scelto il menu più economico, quello da 1000¥.

Domani si parte per Kyoto, la città dei templi e delle geishe. Ci sarà da divertirsi…

Baci a tutti, e grazie per seguirci, siete veramente in tantissimi! 🙂

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Settimo giorno: sullo Shinkansen alla velocità della luce verso Takayama

Siamo vestiti con un yukata invernale e vi scriviamo da sotto un caldo kotatsu in una stanza di otto tatami, mentre sorseggiamo un po’ di ocha in tazzine tradizionali.
Ma prima di arrivare in questo ryokan tradizionale nella montagnosa Takayama, abbiamo dovuto fare un po’ di strada…
Liberatici dei bagagli grazie al “gatto nero” (Kuro Neko, ditta di spedizioni nipponica), possiamo partire con il solo zainetto verso le fredde Alpi Giapponesi, via treno ovviamente.
Lo Shinkansen Hikari delle 10.33 entra in stazione dieci minuti prima in tutta la sua maestosità e dopo aver atteso la pulizia delle carrozze da parte di signori precisissimi, saliamo ordinatamente a bordo. Ci accomodiamo sulle spaziose e comode poltrone e alle 10.33 il treno parte silenziosamente verso Nagoya.
Come mai abbiamo spedito i nostri bagagli? Dovete sapere che in Giappone, sebbene i treni siano molto comodi per i passeggeri, non c’è praticamente spazio per i bagagli. Per questo quando viaggiano in treno sono soliti spedire le valigie con una ditta di spedizioni molto efficiente ed economica.
Valez decide durante il tragitto che resterà in giappone e lavorerà per le ferrovie, guidando treni Shinkansen velocissimi e perfetti (la vita da pendolare ora sarà ancora più dura!) e intanto fuori dal finestrino scorre il paesaggio costellato di casette basse e piccole, risaie e molto, molto verde.
Alle 12.21 ci fermiamo in un minimarket sul binario 11 della stazione di Nagoya per comprare un bento da portare sul treno espresso per Takayama, ma non soddisfatti da nessuno dei box, decidiamo di pranzare ancora una volta a base di onighiri. Fortunatamente una volta la signora di un ristorante giapponese di Milano (lo Zakuro), ci disse che a Nagoya facevano degli onighiri speciali, a base di tempura (un gambero fritto – semplificando) e cosi siamo riusciti anche ad assaggiare una specialità locale!
Il trenino che porta a Takayama è veramente bello e mostra (e racconta, dato che è un treno “parlante”) una prospettiva diversa rispetto al solito Giappone fatto di Templi e Sushi. La natura incontaminata della valle, le alpi giapponesi e il fiume Hida non sfigurano per niente davanti alle stesse italiane. Consigliamo a tutti coloro a cui piace un po’ la natura di avventurarsi per le montagne!
Arrivati a Takayama fa un freddo becco. Non eravamo preparati ad un clima tale, ma troviamo facilmente il nostro ryokan, che ci ha preparato un caldissimo Kotatsu, tra le più geniali delle invenzioni giapponesi.
Inanzitutto bisogna dire che nel sol levante ci si siede per terra, se non lo sapeste, su una stuoia chiamata tatami dura ma non troppo. Come fate se volete sedervi per terra attorno ad un tavolino ma fuori ci sono 0 gradi?
Semplice, collegate una resistenza ad un tavolino, ci attaccate una coperta e generate un microclima tropicale per le gambe con uno scaldotto!
Ripetiamo: tavolino + stufa + coperta:
Comodo, caldo e peloso!
Ci addentriamo per un po’ di vie di Takayama, ma dopo un paio di giri per souvenir, i negozi chiudono (ma sono le 16.30!) e noi moriamo di freddo. Meglio tornare al ryokan, stasera a letto alle 22.00 e speriamo di vederla meglio domattina!
P.S. ARGH Il computer con Windows e la tastiera in giapponese!

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